Inter Napoli è sembrata una partita di Premier League. Ritmo, intensità, pochissimi sprechi di tempo. Il merito però non è stato solo dei 22 in campo o delle scelte tattiche di Conte e Chivu.
Il migliore in campo, per distacco, è stato Daniele Doveri. O meglio, l’interpretazione data al match da Doveri.
La Lega, da tempo, prova senza successo a portare il prodotto Serie A oltre la mediocrità. I vertici le stanno tentando tutte: l’export del marchio, le battaglie contro la pirateria, eppure ha la soluzione sotto gli occhi.
Al calcio italiano mancano arbitri che amino il calcio più della loro carriera. La direzione di gara scelta da Doveri per il match scudetto di San Siro è stata un inno allo sport più seguito d’Europa.
Gioca, gioca, gioca!
L’applauso di Thuram dopo un duello al limite con Jesus, in campo aperto, è stato un chiarissimo segnale di approvazione, una gestualità che è suonata come un adrenalinico: “ok, se questo è il metro, allora divertiamoci”.
I calciatori ci hanno messo 5 minuti per adeguarsi alle regole. Si sono resi conto da subito che il lasciar correre è la condizione ideale per rendere al meglio. La consapevolezza che il gioco si fermi solo se davvero necessario, sveste i calciatori di ogni furberia. Speculare può diventare controproducente, al contrario, restare in piedi a tutti i costi diventa un vantaggio.
Doveri ha chiarito subito che non avrebbe prestato il fianco alla malizia. Lo ha fatto nei primi 5 minuti e ha avuto la forza di non fare retromarcia durante il resto del match. Se ha funzionato in una sfida scudetto, con la tensione alle stelle, non osiamo immaginare l’effetto che una direzione di gara del genere possa avere su match a basso contenuto tecnico.
La coerenza diviene un fattore fondamentale in queste circostanze. Se un arbitro non ha la forza di dare seguito ai primi fischi il pasticciaccio rischia di diventare più grosso del previsto. L’uniformità di giudizio diventa ancor più centrale.
La soluzione per risollevare la Serie A è sotto gli occhi di tutti
Gianluca Rocchi ha la soluzione sotto gli occhi da sempre, ma da ieri non può più far finta di nulla.
Gli appelli alla collaborazione in campo, alla solidarietà verso gli arbitri o persino promuovere la propria buona fede, rientrano a pieno titolo in quella retorica che ha portato la Serie A a diventare hinterland del calcio che conta.
Ha fatto molto più Doveri in novanta e passa minuti, che gli ultimi venti anni di governance del calcio. Ha pulito il gioco dal superfluo, dal chiacchiericcio, dai mezzucci che appartengono a un pallone che è stato stritolato dall’evoluzione dei tempi. Doveri ha ricordato che il ruolo dell’arbitro non è politico, ma esecutivo. E che la responsabilità va esercitata sul terreno di gioco, non nei salotti Tv.
Al fischio finale erano tutti felici: calciatori, osservatori neutrali e tifosi. A chi può interessare tornare indietro?






