Sanremo 2026: ecco le pagelle
In un Festival di Sanremo da sportello comunale, senza un briciolo di innovazione nello show, facciamo fatica a trovare canzoni che passeranno alla storia, nell’attesa che la storia ci smentisca, Ma andiamo con qualche appunto, prima delle nostre pagelle.
Note positive: il doppio petto in trend (Sayf, Fulminacci, Tredici Pietro, Michele Bravi, Leo Gassman); il ritorno di Joan Thiele (per quanto nella serata dei duetti); il neologismo “festino bilaterale” di Elettra Lamborghini; il post di Morgan sul terrore di Chiello (che prima lo ha invitato a suonare il piano nel capolavoro di Tenco, poi lo ha sostituito con Cigarini); lo splendido tributo dei The Jackal a Beppe Vessicchio. Ovvero un po’ di fatti dell’Ariston, un po’ out of the box.
Torniamo a noi e stiliamo sintetiche pagelle, in rigoroso e preciso ordine sparso. Non commenteremo tutti e 30 i cantanti, perché non abbiamo la pazienza di Giobbe, né la minuzia di Lester Bangs. Che vinca il peggiore.
Ah scusate, aggiungiamo che i voti in un mondo reale partirebbero da -X (a piacere) rispetto a quanto indicato. Sono commisurati alla bolla e agli artisti tout-court.
Arisa, 4. Voce bella e delicata, come sempre. Non capiamo l’esigenza di riportare la colonna sonora di Dumbo sul palco, a distanza di quasi un secolo.
Samurai Jay, 3. Non troviamo di meglio che la citazione “cugino di Mugnano in vacanza per 2 giorni a Valencia”, sempre The Jackal.
Ditonellapiaga, 8. La Lady Gaga vestita da confetto è una furia. Base elettronica superba, testo un pizzico convenzionale e da controprotesta della controcultura del contraccolpo accusato dall’ascoltatore.
Ermal Meta, 5. Ok il testo simbolico, pacifista e sensibile. Ma il resto è una roba alla Goran Bregović senza che ci sia la potenza vera dei Balcani. Look rivedibile, i nastri anche no.
Fulminacci, 6,5. Tormentone sicuro, peraltro di stampo cantautorale.
Sal Da Vinci, 5. La canzone sarebbe da 2 generoso, ma vogliamo bene a Sal. Uno che si commuove sul palco, dopo decenni di gavetta. Sì, è il nostro tallone buonista. Perdono.
Nayt, 6. Pezzo da “Malessere” rap, hip hop, pop, boh. Ma ha un’intensità che acchiappa. Ha il grande merito di riportare la Thiele a Sanremo in una sufficiente “Canzone dell’amore perduto” di Faber.
Tommaso Paradiso, 7. Il ragazzo della porta accanto e del vocale da 10 minuti porta il suo stile inconfondibile. E la sua scrittura che disegna sempre semplici, ma buone traiettorie.
Serena Brancale, 4. La preferiamo in versione folk barese. Poi per carità, argomento, testo e melodia sono perfetti per l’ambito. Lo capiamo.
Luchè, 6,5. Ha una storia potente, urbana, da canto del Rione. È la sua versione ammorbidita, ma sempre di classe.
Levante, 6. Il problema è osservarla mentre canta, perché tende ad overperformare. La canzone ha una melodia complessa (e questo ci piace), la voce si sgretola piacevolmente negli acuti. Resta però sempre in quel limbo tra indie e mainstream, senza prendere posizione. Un pezzo alla Cristina Donà, ma senza livore mascherato da romanticismo.
Tredici Pietro, 4,5. Non esattamente un animale da palcoscenico. Più mezzo Pietro che tredici. Pezzo anche fluido, ma mostra un’inspiegabile rabbia mentre lo conduce. La barra sul pezzo del padre, nella serata cover, da dimenticare. Roba da cameretta con montagne di panni sulla scrivania.
Bambole di Pezza, 4. Fuori tempo massimo. Delle Hole la cui leader potrebbe essere sposata con Nek, più che con Kurt Cobain.
Mara Sattei, 4. C’era già la Pausini come co-conduttrice e sapevamo tutti che avrebbe pure cantato. Nessuno avvertiva il bisogno di scimmiottarla ulteriormente. Delusione.
Patty Pravo, 4. Once Upon a time. A Sanremo porta la stessa canzone da 20 anni. Salvateci.
LDA & Aka7even, 3. Già una fatica scrivere il nome. Presenza incomprensibile.
RAF, 4. Ha fatto sentire una “chiavica” tutti gli uomini del pianeta. 66 anni e dimostrarne 6 non è da tutti. Ma è parso in versione Piano Bar.
Enrico Nigiotti, 3. Il nome è più facile da scrivere, ma leggi commento su LDA & Aka7even.
Maria Antonietta & Colombre, 4. Dei Coma Cose che interpretano, male, “La Rappresentante di Lista”.
Chiello, 5. Travestito da Gollum, fa il rocker alla Nutella.
Fedez & Marco Masini, 4. Fedez, ti prego. Fai pace con la Ferragni. Hai la sindrome della “Bella stronza” e hai trasmesso al povero Masini quella delle “Scelte stupide”.
Dargen D’Amico, 6. Indimenticabile il richiamo al parquet del suo outfit da prima serata. Bischero e politicamente scorretto. Canzoncina.
Sayf, 5,5. Un po’ di critica sta gridando al miracolo per questo ragazzo. Invero, sembra un Alfa vestito da Ghali. Ma suona la tromba, almeno 5 punti in più.
Gli altri non li ricordiamo, compresa Malika. Ed è tutto dire