Era il 23 novembre del 1987 quando fu pubblicata quella che probabilmente è la canzone di Natale meno natalizia di sempre. Peraltro la più potente, lercia e distonica col periodo di renne e sonagli. La più struggente.
La scrissero già qualche anno prima, nel 1985, Jem Finer e Shane MacGowan, rispettivamente polistrumentista (con focus sul banjo) e cantante-polistrumentista della band londinese The Pogues, dopo che Finer aveva letto il romanzo “A Fairy Tale of New York” dello scrittore americano-irlandese J.P. Donleavy, risalente al 1973.
Invero la genesi fu piuttosto lunga, considerato che in un primo momento il dialogo tra i due disperati protagonisti della canzone fu intepretato dal solo MacGowan. In seguito, per una delle parti, fu deciso insieme al producer Steve Lillywhite di ingaggiare la moglie di questi, l’autrice e cantante country Kirsty MacColl. Dando luogo a quello che è diventato un simbolo del “verismo” delle festività, tendenzialmente non solo luccichii e festoni, ma anche solitudine e dannazione. Ci vollero due anni di lavori e ne è valsa la pena.
“Fairytale of New York” ha avuto un incredibile successo postumo, inteso come successo “continuativo”. Pare che sia addirittura la “canzone natalizia” più ascoltata in UK nel 21mo secolo, a più di vent’anni dalla sua uscita. E sembra pure che questo fiume in distribuzione non cenni ad arrestarsi. Saranno i tempi che corrono, il desiderio di non tenere più tanto marcio sotto il tappeto e l’ipotesi di scrollarsi di dosso cotonato e paillettes.
Il brano è in apparenza allegro e orientato al folk irlandese, in sostanza un poetico e distruttivo cantico di nefandezze, droga, dissapori e illusioni, mentre tutto intorno è festa. Quando la musica serve ad alleggerire il testo. O quando il testo è la versione realistica della musica.
Il dialogo tra un uomo e una donna è una rincorsa tra rifiuti della società, nel mezzo di accuse reciproche e sensazioni immerse nella cruda e schifosa realtà delle cose che esistono. Non di quelle che si immaginano. La potenza della canzone è proprio questa: distrugge la poetica dell’albero di Natale e del maglioncino familiare, mentre si costruisce un vestito di suoni leggeri e folkish. In una cocente teoria degli opposti necessari.
Ed è per certi versi un bene che la si ritrovi anche in serie televisive superficialmente distopiche come “Black Doves”(2024), perché vuol dire che il significato è arrivato. Seppure a distanza di anni.
