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Diarra: il giocatore che può cambiare il Sistema Calcio

Francesco Adamo di Francesco Adamo
5 Agosto 2025
in Editoriali
Tempo di Lettura: 4 min
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Lassane Diarra, il calciatore a cui si ispira la sentenza.

Lassane Diarra, il calciatore a cui si ispira la sentenza.

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Diarra è la parola chiave, ma procediamo con ordine e partiamo da un luogo comune:

“I calciatori sono un mondo a parte!”

Quante volte il tifoso ha pronunciato questa frase, riferendosi di solito ai privilegi di cui essi godono dal punto di vista economico oppure per il semplice fatto che “fanno i soldi facendo la cosa più divertente al mondo: giocare a pallone“.

Tralasciando gli aspetti demagogici di questa frase, è il momento di fare un breve excursus sul rapporto calciatore-società di calcio, perché siamo alla vigilia, anzi in piena giornata, di qualcosa che potrebbe letteralmente stravolgere il sistema calcio.

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Arriviamoci per gradi.

12 Anni schiavi

In principio c’era lo… schiavismo. Perdonate il termine forte, ma serve per inquadrare com’era fino ad alcuni decenni fa il rapporto di forza calciatore-club. In sostanza il club acquistava un calciatore e lo teneva alle proprie dipendenze… a vita (sportiva) natural durante. Il calciatore non aveva alcun diritto di recedere dal rapporto, se non con il permesso appunto del club. Peggio ancora: se il club decideva di cedere il calciatore, quest’ultimo non poteva opporsi in alcun modo alla destinazione. Unica maniera per farlo: ritirarsi dal calcio giocato.

Un primo miglioramento lo si ebbe nel 1981, grazie all’AssoCalciatori, il sindacato fondato dal da poco scomparso Sergio Campana, che ottenne un importante riconoscimento: quello di permettere ai calciatori di liberarsi da una società previo pagamento di un indennizzo, oltre che il diritto di rifiutare la nuova destinazione (mediante la cosiddetta firma contestuale). Campana ottenne tanti altri diritti che prima mancavano come il riconoscimento del diritto d’immagine, la previdenza, la creazione del fondo di fine carriera, l’accordo collettivo, l’indennità di mancata occupazione, il fondo di garanzia.

Tutto questo bilanciava i rapporti di forza che però restavano ancora in gran parte tra le mani dei club.

1995: La sentenza Bosman

Jean Marc Bosman, l'ispiratore della nascita dei "parametri zero".
Jean Marc Bosman, l’ispiratore della nascita dei “parametri zero”.

Questo sbilanciamento venne interrotto dalla storica sentenza Bosman del 1995, richiesta dall’omonimo quanto semisconosciuto calciatore belga Jean Marc Bosman, con la quale la corte di Giustizia europea, in linea con le regolamentazioni per i lavoratori della neonata Unione, stabilì che i calciatori, essendo dipendenti delle società, avevano anch’essi diritto a liberarsi dai loro contratti alla loro scadenza senza dover corrispondere nulla al vecchio club: nascono i famosi parametro zero.

Come ogni cambio epocale, questa sentenza, nata per creare maggior equilibrio, sfruttata però all’estremo ha capovolto i rapporti di forza tra calciatore e club, favorendo anche l’evolversi di alcune figure intermediarie, i famosi agenti che, suggerendo ai calciatori di liberarsi a scadenza, ne aumentano enormemente il potere contrattuale in sede di trattativa (vedi Kevin de Bruyne per il quale il Napoli ha dovuto sborsare dieci milioni sull’unghia, pur essendo un parametro zero). La famosa pratica di rinnovare un calciatore ogni due anni è nata proprio per provare a scongiurare e limitare questo potere del calciatore: gli aumento continuamente il contratto e la durata, sperando di scongiurare il suo addio da svincolato e per avere maggior forza nelle eventuali trattative di cessione. Un esempio recente di quanto è diventato complicato per un club trattenere il proprio giocatore, anche a fronte di un contratto, lo abbiamo dal caso Lookman.

2024: E alla fine arriva Diarra

Poi è arrivato l’articolo 17,  ovvero una regola che permette al calciatore sopra i 28 anni di liberarsi, dopo due anni (tre se ha meno di 28 anni), unilateralmente dal contratto (anche se questo è per esempio di cinque anni) previo il pagamento di un indennizzo commisurato al valore del contratto stesso. Anche qui abbiamo avuto già prova di come questa regolamentazione abbia sfavorito ulteriormente i club, vedi il caso di Khvicha Kvaratskhelia. L’articolo inoltre prevedeva che quest’indennizzo, se non corrisposto dal calciatore, sarebbe stato corrisposto dalla società acquirente, definita sodale e quindi corresponsabile dell’interruzione del rapporto.

Questo fino a Diarra. Lassana Diarra infatti nel 2014, per risolvere un contenzioso con la vecchia società, chiese il diritto di liberarsi del vecchio contratto senza dover riconoscere sostanzialmente nulla, se non i normali termini di preavviso, alla vecchia società, esattamente come fa un qualsiasi dipendente di una normale società operante in un qualsiasi ambito in tutta Europa. Secondo il vecchio regolamento avrebbe dovuto pagare un  indennizzo e inoltre la FIFA avrebbe potuto bloccare il suo trasferimento presso un nuovo club, cosa che scoraggiava ovviamente altre società ad acquisire il cartellino del calciatore, onde evitare contenziosi. Diarra è andato alla corte di Giustizia europea e… ha vinto. Cos’ha ottenuto quindi? Una maggiore e ulteriore libertà nello svincolarsi.

Esempio facile per capire: il Napoli compra Messi a 100 Milioni. Messi resta 3 anni al Napoli, poi si rompe le scatole. Secondo la sentenza Diarra, Messi può lasciare il Napoli per due spiccioli.

Cosa succederà adesso

Le conseguenze di questa sentenza possono avere una portata enorme: la più semplice da immaginare è che i club vedranno praticamente azzerato il loro potere contrattuale e questo potrebbe comportare un terremoto. Immaginate di comprare un calciatore a una cifra spropositata per poi vederlo salutare dopo un paio d’anni per poco o nulla. I bilanci delle società, già in enorme difficoltà adesso, andrebbero a farsi benedire.

Anche se, tuttavia, potrebbe esserci anche un effetto boomerang positivo: alla fine la sentenza Diarra mira a creare una nuova regolamentazione tra calciatori e club. E, per esempio, potrebbe anche accadere una cosa paradossale ma non troppo, ovvero che i club, consapevoli di ciò che rischiano, smetteranno di pagare cifre spropositate per un cartellino, arrivando a dei prezzi automaticamente calmierati. Certo, bisogna sperare che il Chelsea o il club arabo di turno non arrivino spendendo e spandendo, ma è anche vero che poi avere una rosa di quaranta giocatori con la metà che non tocca campo a lungo andare non andrà bene più a nessuno. Oppure potrebbe crearsi un sistema simile all’NBA o, senza andare troppo lontano, un mercato simile a quello che coinvolge… gli allenatori, liberando le società da quella che è sostanzialmente una falsa patrimonializzazione e, udite udite, scongiurando anche il problema delle false plusvalenze.

Insomma, non è detto che gli allarmismi di questi tempi siano fondati. Come ogni regolamentazione, ci sono delle motivazioni ragionevoli alla sua base e come ogni regolamentazione, se portata all’eccesso, porterà degli squilibri.

In ultimo, bisogna tener conto un discorso che può sembrare demagogico ma non lo è: quando leggiamo di queste faccende, identifichiamo il calciatore medio come il campione affermato, ma dobbiamo pensare che esiste un enorme sottobosco di calciatori professionisti delle serie minori che hanno bisogno di queste tutele come dei normali lavoratori, proprio per evitare di essere “sfruttati” come avveniva decenni fa. Il problema purtroppo è che, come spesso accade in questo mondo, anche quando si cerca di creare una legge per difendere gli “ultimi”, sono sempre i “primi” ad approfittarsene.

Tags: Diarra
Francesco Adamo

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