Ancora ricordo l’ansia che attanagliava la città quando Kevin De Bruyne era accostato al Napoli. Un’attesa che trasformó i tifosi del Napoli – nessuno escluso – in tanti San Tommaso: finché non firma e il Presidente non ufficializza, nessuno ci crede.
Sappiamo come sono andate le cose. De Bruyne è arrivato con l’aura del fuoriclasse e la fama di chi sa decidere le partite anche solo con uno sguardo. Successivamente, il talentuoso calciatore belga è finito sotto una raffica di critiche: non incide, è l’ombra di se stesso, non giustifica l’investimento. Frasi ripetute come un mantra da opinionisti, editorialisti e profili social che, con la stessa sicurezza con cui una volta lo osannavano a Manchester, oggi lo indicano come una delle principali delusioni se non il simbolo dei momenti opaci della squadra azzurra. Una narrazione fa acqua da tutte le parti: scaricare su De Bruyne l’intero fardello del rendimento collettivo non è solo ingiusto, è intellettualmente disonesto.
De Bruyne è il caprio espiatorio degli insoddisfatti
Il belga non è arrivato a Napoli per giocare da solo. Solo Diego Armando Maradona poteva risolvere le partite, letteralmente, in autonomia. Il calcio è uno sport di undici elementi presenti in campo. E quando undici su undici non girano, è vano pretendere che uno solo – per quanto geniale – possa ribaltare la tendenza. De Bruyne ha bisogno di compagni che gli offrano movimenti, linee di passaggio, spazi. Al momento, nessuno di questi requisiti sembra soddisfatto. La squadra fatica a costruire, fatica a segnare, fatica a difendere, fatica persino a riconoscersi in un’idea di gioco. Il problema è sistemico, dunque, e non certo individuale.
E allora perché questo contesto si accanisce su di lui? Forse perché è comodo trasformare un campione in un capro espiatorio: al fine di generare un dibattito sterile finalizzato a click o ad urla in improbabili salotti televisivi.
Chi critica De Bruyne dimentica, o finge di dimenticare, che il belga non è un giocatore qualunque. È uno che ha riscritto il ruolo del centrocampista moderno al Manchester City, uno che ha vinto tutto e che, quando la squadra gira, continua a fare la differenza. Ma, appunto, la squadra deve girare. Pretendere che in pochi mesi, in un contesto nuovo, con compagni nuovi e un campionato diverso, riproduca magicamente lo stesso livello è tanto ingenuo quanto pretestuoso.
Ci sono diversi grandi giocatori che hanno faticato all’inizio di una nuova avventura e che poi, una volta trovata la giusta quadra, hanno trascinato le proprie squadre. Ma perché quell’alchimia si crei serve che tutto l’ambiente remi nella stessa direzione, non che si cerchi il colpevole di turno per placare l’ansia da risultati. Iconizzare De Bruyne nel santino dell’inefficienza significa non aver capito nulla di questo sport. O, peggio, averlo capito fin troppo bene e aver scelto comunque la strada più facile: quella della caccia all’uomo.
È ora di smetterla, tutti, perché bisogna ammettere che il Napoli ha un problema di squadra, non di De Bruyne. L’ambiente farebbe bene a ricordarselo, prima di continuare a sparare sul bersaglio più esposto. Quando si cerca un colpevole a tutti i costi si finisce per perdere di vista un fatto semplice: le partite si giocano in undici, non in uno.






