Allo stadio Alvalade di Lisbona, i padroni di casa dello Sporting hanno scritto la storia: si contavano sulle dita di una mano le sfide ad eliminazione diretta ribaltate con un passivo di 3 gol. Solo Roma, Barcellona e Deportivo La Coruna vantavano un posto nel ristretto cerchio delle squadre capaci di compiere l’impossibile – curiosamente, in tutti e tre i precedenti le italiane sono coinvolte – e sovvertire un destino che appariva per certo mortifero.
La prestazione della seconda forza del campionato portoghese, ormai in pianta stabile tra le più interessanti realtà europee, è stata il manifesto perfetto per chiunque avesse anche solo l’intenzione di replicare un colpaccio simile. Avvio travolgente pur senza dover speculare su fantomatici tuffi mimati in mondovisione, rete alla mezz’ora su calcio d’angolo e una crescente pressione esercitata sulla compagine norvegese, psicologica prima ancora che tecnica. Ci pensa Luis Suárez, nomen omen, a pareggiare il risultato complessivo a 12 minuti dalla fine e il resto lo fa l’inerzia, con i gialloneri che soccombono ai supplementari al termine di una competizione comunque da applausi.
Finisce, dunque, la favola Bodo. E con essa la narrazione che ne aveva innalzato furbescamente i valori tecnici onde evitare spiacevoli discorsi sulla figura barbina dell’Inter.
Bodo-Inter: una debacle leggendaria
Prima di analizzare senza troppi veli il cammino europeo dello squadrone che fa tremare campi e sedi AIA d’Italia – vedasi il confronto imposto e ottenuto subito dopo la gara pareggiata in casa contro l’Atalanta -, è doveroso fare una precisazione. Giocare lassù, tra orche e alci, sul sintetico di Bodo, è quanto di più vicino all’Inferno dantesco il calcio possa concepire ad oggi. Ci ha perso anche il Manchester City!
L’anima del doppio confronto è però ben chiara: in 180 minuti, passa chi merita. E se l’urna o il piazzamento nella fase campionato ti concede addirittura di preservare il campo amico per il ritorno, beh, le scuse diventano davvero poche.
E che non si raccontino storie strappalacrime sul potere dell’amicizia, si andrebbe a ledere l’immagine di un progetto straordinario. In due gare, la differenza tecnica ed economica abissale di due squadre a confronto in partite così ricche di stimoli non può non venir fuori.
L’Inter, autentica schiacciasassi del campionato italiano, si è presentata spocchiosa a San Siro. Ma era così grande scoglio la disciplina norvegese?
Il Bodo ha passeggiato a San Siro
Tra gli 11 impavidi gialloneri capaci di sbancare la Scala del calcio, la stella è Hauge. Discrete esperienze a zonzo tra Italia e Germania, salvo poi ritornare in patria. Il nervosismo d’un assedio frenetico ma mai davvero avvolgente e la conseguente angoscia scandita dal ticchettio dell’orologio – all’Inter, ricordiamo, ne bastavano due per mandarla ai supplementari – hanno rivelato i veri difetti d’un gruppo seppellito a Monaco dopo il 5-0. Basta davvero poco per vedere i fantasmi e i nerazzurri svaniscono nell’ombra di ciò che rimase negli spogliatoi dell’Allianz Arena, nel momento in cui urgeva un segnale forte e deciso. Chivu, carneade, non ha fatto altro che uniformare la brama di riscatto dei ragazzi della manita coniugandola agli acquisti mirati dei giovani Esposito e Bonny e al reintegro brillante di un fuoriclasse come Zielinski. Al resto, ci ha pensato la mano invisibile che pare regolare gli eventi calcistici italiani dal mefistofelico post partita di Napoli-Inter 4-1.
Mano che però non pare estendere il suo dominio oltralpe. Toccava forse spiegarlo prima al buon Barella?






