Si è concluso il terzo turno della Serie A 25/26. Anche se la stagione è ancora agli albori, ecco le indicazioni registrate fin qui.
Il Napoli è la squadra da battere; la Juventus quella che tra le big sembra più affamata; il Milan ancora troppo acerbo, ma in linea di galleggiamento con l’allegrismo.
E poi c’è l’Inter che sta scontando un fine ciclo mai.
Il fine ciclo, però mai finito, dell’Inter
Troppe grane irrisolte quest’estate. Tra cui uno spogliatoio che ha molti punti di contatto con il Napoli di Garcia. Tenuto in piedi più per disperazione che per la volontà di ripartire dagli uomini delle due finali di Champions.
Quello dei nerazzurri ha tutti i profumi di un fine ciclo. Un ciclo però monco. In quattro anni un solo un titolo pesante nonostante una rosa dipinta come tra le più forti della galassia. Un solo scudetto in cambio di una rosa anziana, scoppiata e incapace di reagire alle prime difficoltà.
Caratteristica che non è un’esclusiva del giovane e inesperto Chivu. Anche gli ultimi anni di Inzaghi sono pieni di partite come Juventus Inter della scorsa sera. Lauti, il Bare, il Dimash, pare abbiano smesso di essere la famiglia del Mulino Bianco.
Il Tikus, invece, viaggia praticamente da solo: prima non esulta al gol del vantaggio, poi se la ride con il fratellino dopo la rimonta bianconera. Agli interisti non è piaciuto. Chissà allo spogliatoio.

“Smile, it’s beautiful”: la fissa di Thuram per i sorrisoni non ha pagato neanche lo scorso anno, quando l’attaccante francese invitava un serioso McTominay a godersi il Maradona vestito con l’abito delle grandi occasioni. Finì con il Napoli che domina l’Inter e conquista il punto che forse più di tutti è valso il quarto scudetto.
Non esistono ambienti vincenti, ma solo scelte giuste
La storia si ripete a qualsiasi latitudine e qualunque sia il palmares. Non esistono ambienti predisposti alla vittoria o più capaci a gestirla. Esistono scelte giuste e scelte sbagliate.
Qualcuno lo dica anche ad Arrigo Sacchi, che ogni anno, di questi tempi, si alza in piedi sulla sedia a mo’ di bambino al pranzo di Natale e racconta la solita poesia sulla piazza di Napoli che non sa vincere.
“Arrighe, non star tutto il giorno a menarti nel fosso”, parafrasando un geniale Crozza qualche anno fa.






