Conte ci ha fatto vincere il quarto scudetto della nostra storia e questo resterà scritto e indelebile, indipendentemente da ciò che accadrà quest’anno.
Chiariamolo prima, anche perché queste righe non sono un attacco a Conte, ma un’analisi sulla percezione che egli ha prodotto nel tifo napoletano.
E per rendere più efficace quest’analisi ci sembra opportuno fare un confronto con l’altro grande allenatore vincente passato da queste parti: Carlo Ancelotti.
Ecco, ricordando l’approdo di Carlo, non possiamo non pensare a come i due abbiamo goduto di trattamenti diversi, sia da parte del tifo (soprattutto) che da parte della stampa napoletana. Attenzione: ci riferiamo al credito iniziale, ovvero alle primissime settimane e mesi vissuti sulla panchina del Napoli.
Se guardassimo i risultati: pronti via il Napoli di Conte partì malissimo, con i tre gol presi a Verona, mentre il Napoli di Ancelotti fu subito esaltante battendo Lazio e Milan in rimonta nelle prime due poi proseguendo con una Champions clamorosa quanto sfortunata.
Eppure il naso lo storsero in molti quasi sin da subito, da quella batosta subìta alla terza contro la Sampdoria di Quagliarella (anche lì fu un 3-0).
Quali sono i motivi che hanno prodotto nel tifo napoletano un trattamento così dissimile tra i due? Proviamo ad analizzarne qualcuno.
Il contesto emotivo, ancora prima del curriculum
Il primo motivo, forse anche in ordine di importanza, è dato da ciò che ha preceduto l’arrivo dei due allenatori. Ancelotti veniva dopo il Napoli più bello e sfortunato (eufemismo) della Storia. Quello dei 91 punti, del calcio spumeggiante (anche se ad esser sinceri quel calcio conobbe il suo apice la stagione 2016-17), del Sarri capopopolo, del Sarrismo. Un tifo così radicato nell’immagine del suo allenatore da non vedere l’evidenza: fu Sarri a mollare Napoli, non viceversa. Il Napoli di Ancelotti fu quindi visto da una parte dei napoletani un po’ come il nuovo fidanzato della figlia agli occhi dei genitori: non era bello e brillante come quello che lei capricciosa aveva mollato così impunemente.
Conte invece ha avuto gioco facile, ed ha saputo cavalcare il tempismo: il decimo posto, Garcia, Mazzarri, Calzona, senza Europa. Chiunque fosse venuto, con un minimo di curriculum, sarebbe stato visto come un salvatore della Patria in quel momento. E lui non era certo uno qualsiasi.
La percezione del fine ciclo
Tutto ciò si armonizzava perfettamente anche con la percezione che il tifo avesse di entrambe le squadre: quelle di essere a fine ciclo. E in questo quadro, il carattere di Conte si incastrava molto meglio di quello di Carletto. Se quest’ultimo infatti aveva l’etichetta di gestore armonioso di spogliatoi già pronti, Conte invece è quello che indossa l’elmetto, promette di sputare e far sputare sangue, rimettendo in sesto anche i cadaveri. E, attenzione, sappiamo bene che le etichette possono a volte essere fuorvianti, ma poco conta se siano vere (fermo restando che in questo caso forse lo erano davvero): conta ciò che percepisce il tifo.
Il rapporto con la piazza: empatia vs autorità
Qui si entra in un campo minato, perché siamo nella pura psicologia e non vogliamo ergerci a fini conoscitori della mente umana, tanto meno di quella del tifoso che è pura emozione. Proviamo quindi solo a dare uno spunto di riflessione.
Ancelotti, a nostro modo di vedere, è entrato a Napoli e nel Napoli, con maggiore umiltà di quanto abbia fatto Conte. Ha provato ad empatizzare con la città cercando di non far pesare il proprio curriculum, la propria levatura, indubbiamente superiore a quella dell’intera storia del club. Insomma, nei tempi in cui si parla di uscire sempre dal basso, Carlo ha provato l’entrata dal basso.
Conte invece ha fatto l’opposto. Non in maniera esplicita, sarebbe stato troppo anche per lui, ma implicita: ha contribuito a costruire la narrazione di colui che “sa come si fa a vincere (voi no)” e a indicare la strada al popolo anche sul come e quando tifare. Come un leader, dall’alto. E, a quanto pare, Napoli, un po’ anche per tradizione storica, forse è più abituata e ama chi la sappia comandare più di chi si immerge nel suo interno. E, forse, anche il fatto che Conte fosse l’uomo dei Campionati mentre Ancelotti quello delle Coppe la dice lunga su cosa il tifo preferisca: primeggiare contro il Nord vessatore, piuttosto che nell’ecumenica Europa. Magari anche per questo le prestazioni al limite del disastroso in Champions saranno perdonabili anche “solo”con un terzo o quarto posto in campionato.
Ancelotti doveva dimostrare di essere adatto al Napoli. Napoli doveva dimostrare di essere adatta a Conte.
Il paradosso è che questa percezione del popolo forse l’ha vissuta anche il Presidente Aurelio De Laurentiis, mai così identitario con il popolo come in quest’ultimo biennio. Ricordate il treno per Yuma e le attese infinite per i vari James Rodriguez, che alla fine mai arrivarono alla corte di Re Carlo? Quale differenza invece con il mercato di quest’anno, che a giugno vedeva la squadra già composta fino alla ciliegina sostitutiva di Lukaku: Højlund.
Sì, amico, tutto quello che vuoi tu, ma tutte queste parole sembrano dimenticare un piccolo dettaglio: Conte ha vinto anche a Napoli, Ancelotti no.
Verissimo, e questo resterà.
Ci sono però due ultime riflessioni in merito. La prima riguarda la rivale: Ancelotti sfidava la Juventus più forte tecnicamente, politicamente e mediaticamente della Storia. Conte (l’anno scorso) invece l’Inter dai dispendiosi quanto fragili meccanismi, anche psicologici, del suo allenatore.
Infine: siamo sicuri che la differenza non l’abbia fatta anche che Napoli è stata sempre per Conte e con Conte, così come invece non è mai stata per Ancelotti e con Ancelotti? Non lo sapremo mai.
Nel dubbio, non ci resta che il leader riporti il popolo a vincere di nuovo.






