“Io, come Dio, non gioco a dadi e non credo nelle coincidenze”. Così recitava Hugo Weaving nei panni di V, protagonista di V per Vendetta (2005), scritto da(gli allora) fratelli Wachowski dopo il successo planetario di Matrix. Una frase forse abusata, ma tremendamente attuale.
La prestazione di Mariani in Juventus-Napoli è sotto gli occhi di tutti. Così come è stata sotto gli occhi di tutti quella di Marchetti in Napoli-Verona. Ma d’altronde, si tratta soltanto di una terribile coincidenza. Errare è umano, perseverare è diabolico. E a pensar male, si sa, non si fa mai peccato.
Il prima e il dopo (rigorosamente casuali)
Perché la questione arbitrale che riguarda il Napoli sembra avere un prima e un dopo. Un confine temporale netto, quasi chirurgico.
C’è un prima, in cui al Napoli vengono fischiati tre rigori a favore e uno contro. Decisioni lineari, condivise, fisiologiche. Poi c’è un dopo. Un dopo in cui il Napoli non vede più un rigore nemmeno col binocolo, mentre contro gliene vengono assegnati quattro. Tra questi, quello concesso al Verona, con Marchetti e il VAR che riescono nella curiosa impresa di perdersi una gomitata su Buongiorno.
Coincidenze, ovviamente. Sempre e solo coincidenze.
Quando le coincidenze si somigliano tutte
Il “prima” ha però una data precisa. Arriva dopo Napoli-Inter. Dopo le parole di Giuseppe Marotta per quel rigore sacrosanto fischiato a Di Lorenzo, inizialmente sfuggito al direttore di gara, richiamato addirittura dall’assistente di linea. Chi era? Mariani. Proprio lui! Lo stesso che, qualche settimana più tardi, in Juventus-Napoli, non nota l’affettuosissimo abbraccio di Bremer su Hojlund in area di rigore. Un gesto più da album di famiglia che da contrasto difensivo.
Subito dopo, qualcosa sembra cambiare. Non in modo plateale, sia chiaro. Una serie di piccoli episodi, interpretazioni, valutazioni. Tutte perfettamente spiegabili, prese singolarmente – come fanno ogni settimana durante i loro monologhi su Open Var. Molto meno, se messe in fila.
Dopo Inter-Napoli, fuori dal campo, il rumore aumentò. Dichiarazioni, interviste, analisi, processi sommari. Una settimana intera passata a discutere di un rigore corretto, come se fosse stato un torto storico. E dalla settimana dopo, improvvisamente, l’aria sembra diversa. Più rarefatta. Più prudente. Più… attenta.
Tutto regolare, per carità. L’errore fa parte del gioco. Ma resta una domanda sospesa: perché l’errore, guarda caso, sembra sempre andare nella stessa direzione?
Juventus-Napoli e Napoli-Verona diventano così tasselli di un mosaico fatto non di certezze, ma di sensazioni. Di quelle che non finiscono nei referti, ma restano negli occhi di chi guarda. Di un VAR che interviene quando non deve, ma anche che non interviene quando dovrebbe. Di cartellini che restano in tasca. Di rigori che evaporano.
Non è un’accusa, sia chiaro. È una riflessione. Perché il problema non sono certamente gli arbitraggi subiti dal Napoli. Ma è inevitabile che, in un momento in cui gambe, testa e fortuna non girano, gli errori arbitrali pesano come un macigno sulla classifica degli azzurri.
Errare è umano. Perseverare è diabolico. Ma far finta di nulla, forse, è la coincidenza più curiosa di tutte. E a pensar male, come insegna la storia, spesso non si fa peccato. Al massimo, si indovina.






