Il Napoli ha cominciato la stagione come meglio non poteva: due vittorie su due, una a Reggio Emilia contro il Sassuolo e una al Maradona col Cagliari. Partite pulite, arbitrate senza sbavature. Moviola? In ferie. Proteste? Nessuna. Persino la stampa nazionale e le tv hanno promosso in coro la direzione degli arbitri.
Eppure, nonostante ci fosse letteralmente poco da parlare in ottica arbitrale del Napoli, sono spuntati alcuni cronisti di (mal)celata fede nerazzurra a insinuare che il Napoli stia già beneficiando di chissà quali favori arbitrali. Peccato che nei referti delle partite non ci sia nemmeno l’ombra di un episodio dubbio.
Il chiagniefottismo versione nerazzurra
Un tempo si diceva che il chiagniefottismo fosse arte tutta napoletana: lamentarsi per ottenere vantaggi. Oggi, sorpresa delle sorprese, la tradizione ha cambiato domicilio. Non più sotto al Vesuvio, ma sotto la Madonnina.

A Milano, sponda Inter, si piange e si strilla per arbitraggi inesistenti, mentre si finge di non vedere quelli davvero discutibili. Si grida allo scandalo perché il sacrosanto rigore fischiato contro Dumfries (sempre lui, ndr) non era rigore, mentre si tace quando Francesco Pio Esposito si aggrappa alla maglia di un difensore friulano in piena area. Un rigore grande come una casa. L’arbitro? Niente. Il VAR? Silenzio.
Doppia morale, solita sceneggiata
Il paradosso è tutto qui: due arbitraggi promossi a pieni voti diventano, per qualche penna casualmente nerazzurra, la prova che il Napoli sarebbe coccolato. Poi però, quando la squadra di Chivu riceve un aiutino grosso come il Duomo, cala un silenzio assordante. Coerenza cercasi.
Alla fine il quadro è chiaro: non è più Napoli a praticare l’antica arte del chiagniefottismo. È Milano. Solo che qui non c’è ironia popolare, non c’è folclore, non c’è simpatia. C’è soltanto la fastidiosa abitudine di piangere quando si è i più forti e si teme di non esserlo più. Ancora una volta.






