“Ho visto tanti Giuda, tutti in buona fede” recita la strofa di un verso di una canzone di Luciano Ligabue, grandissimo tifoso interista.
La possiamo immaginare come risposta ideale ad una frase che il designatore Rocchi ha tuonato pochissimo tempo fa: “Se pensate che non ci sia buona fede, allora io domattina lascio.”
Caro Rocchi, in tutta franchezza, a noi non interessa nemmeno più dove penda la bilancia delle fede di un arbitro. Abbiamo cose più importanti a cui pensare.
E, soprattutto, sappiamo come andrà a finire. Rassegnatevi: l’arbitro è un ruolo ormai vetusto. E lo avevamo già scritto qui, tempo fa, in cui elencavamo i mestieri ormai anacronistici. Così come lo è quello dei moviolisti di turno, presi a caso tra ex arbitri di scarso valore oppure di dubbia moralità e anche scarsa conoscenza della lingua italiana, ma che per loro fortuna distinguono bene le strisce.
Un arbitro che non è capace di una minima lettura del gioco, un arbitro che non è capace di distinguere un intervento da un fallo, che appena vede una mano fischia un rigore senza minimamente porsi domande sullo svolgimento dell’azione, un arbitro che non sa discernere la pericolosità di un gesto o meno, che non sa fare altro che farsi comandare a bacchetta da una persona davanti a un monitor, o chissà dove, è un arbitro già morto, nel senso di ruolo.
Non serve a nulla.
Se non a reggere, più o meno consapevolmente, le redini di un potere, a volte autoreferenziale, a volte del dirigente di turno. Sì, perché il potere a volte si avvicenda, il servilismo resta uguale a sé stesso nel tempo.
Così come non serve nemmeno citare gli episodi che fanno da sfondo a questo editoriale, né ci interessa accumulare dossier su dossier. La verità è molto semplice e non ha bisogno di dossier.
L’Arbitro è un mestiere in via di estinzione
Gli arbitri, tutti gli arbitri odierni italiani, sono un branco di incapaci. Pedine che si muovono.
No, non è vero che il VAR ha peggiorato le cose. il VAR resta uno strumento utilissimo. Ciò che è diventato inutile è l’uomo dietro al VAR e quello in campo.
Se un uomo perde la sua capacità di interpretare, e di decifrare le sfumature che un’intelligenza artificiale non è capace di cogliere, allora l’uomo è ridondante. Non serve eliminare la tecnologia, dunque, serve che essa sostituisca l’uomo in tutto e per tutto.
Caro Rocchi, quindi, rassegnati, è solo questione di tempo, e tu o il tuo successore vi alzerete da quella poltrona e ve ne andrete, perché rappresentate un mestiere che non è al passo con i tempi. Sappiamo che a breve termine non è possibile avere un’intelligenza artificiale come arbitro totale. Nell’attesa, tanto vale lasciar arbitrare il VAR da Lissone perché, li ripetiamo a costo di diventar noiosi, l’arbitro di campo non serve più assolutamente a nulla (non ne parliamo dei guardalinee, figuriamoci).
Molto meglio un algoritmo giudicante, che commetterà sicuramente errori dovuti a mancanza di sfumature, ma che almeno li commetterà in maniera orizzontale ed equa, piuttosto che lo scempio che vediamo ogni settimana, in tutti i campi. In tutti i campi, lo ribadiamo.
Molto meglio un algoritmo che giudicherà da giallo tutti i falli simili piuttosto che un arbitro che sarà più indulgente a seconda della caratura del giocatore. Molto meglio un programmatore che riesce ad andare nel dettaglio dell’algoritmo e addestrarlo a capire il più possibile la differenza tra un fallo e un altro, tra un intervento da ultimo uomo o da penultimo, da giocatore lanciato verso la porta in diagonale o in verticale. Molto, molto meglio.
Certo, l’importante è che l’addestratore dell’algoritmo non sia un ex arbitro. Là allora dovremmo preoccuparci ancora.
