Il Napoli è raccontato male: Kevin De Bruyne “problema”, Fabian “cammellone”, Ancelotti “venuto a sistemare il figlio”.
C’è qualcosa di profondamente stanco nel modo in cui radio e televisioni continuano a raccontare il Napoli. Ogni settimana, sugli schermi o al microfono, sempre i soliti volti, le solite voci, le solite opinioni. Commenti provenienti da “esperti” che sembrano appartenere a un’altra epoca, incapaci di offrire una prospettiva nuova, di leggere il calcio moderno con linguaggio e sensibilità contemporanei.
Ma il problema non è solo anagrafico: è culturale. L’Italia non è un Paese per giovani, tantomeno nel sistema mediatico. Gli editori, invece di scommettere su giovani cronisti, dando loro responsabilità e, perché no, poteri decisionali, scelgono la via più comoda: l’usato sicuro.
Meglio affidarsi al critico conosciuto che “ha un nome” – anche se quel nome non ha più nulla da dire o è inviso all’opinione pubblica – piuttosto che dare spazio a chi studia, osserva, racconta il calcio con occhi freschi, fuori dai personalismi.
Così, i programmi sul Napoli restano fermi a un linguaggio da bar anni ’90, basati su gossip da spogliatoio e polemiche da due lire. Nel frattempo, un’intera generazione di critici sportivi – formati, digitali, competenti, analitici – resta ai margini.
A Napoli la competenza vale meno di uno sponsor racimolato?
A volte c’è l’antipatica sensazione che la competenza valga meno di uno sponsor racimolato: vogliamo sperare che non sia così, questa “politica” potrà infatti far bene alle tasche ma non alla credibilità.
Le nuove idee non trovano microfoni, schermi o frequenze. E il racconto del calcio napoletano, che meriterebbe visioni più moderne, si riduce a un teatrino stanco in cui tutti recitano il copione di sempre.
È come se gli editori temessero le novità. Ma senza rinnovamento non c’è futuro, solo una lenta museificazione del racconto sportivo. Mentre il Napoli cambia, evolve, cresce nel mondo del calcio globale e nella digitalizzazione, la narrazione che lo circonda resta provinciale (ha ragione De Laurentiis, con buona pace di chi rinnega il proprio provincialismo), gossippara, nota, prevedibile.
Servono cronisti giovani, coraggiosi, competenti. Non per una questione di età, ma di mentalità. Serve lo switch al digital mindset. Il racconto sportivo non può più essere solo retorica, non deve limitarsi a commentare ma deve trovare un nuovo slancio e nuovi canali in grado di interpretare, coinvolgere, accendere curiosità. E questo non lo fanno i nostalgici del passato, ma chi ha fame di futuro.
Fino a quando gli editori non comprenderanno che il calcio – come la comunicazione – vive di un rinnovamento tecnologico più rapido del suo adattamento, i programmi sul Napoli resteranno quello che sono oggi: un museo delle opinioni usurate.






