Stanno cadendo uno alla volta tutti gli attori protagonisti dello scempio del calcio italiano. Manca qualche testa, ma questo fa parte della cultura italiana. Proprio come abbiamo visto per l’ultimo Referendum Costituzionale. Dimissioni per mantenere poltrone e amicizie. Piaceri su piaceri. Cambi che portano a nessun cambiamento.
Per non parlare dei nomi che circolano per il post Gattuso (altra testa che cadrà, ma non ancora mentre scriviamo). Fanno rabbrividire. Ma non tanto per i nomi in sé, perché Antonio Conte e Roberto Mancini sono due grandi allenatori. Ma sarebbero due ritorni. Conte ha allenato la nazionale 10 anni fa, Mancini fino al 2023 (quasi 3 anni). Vuol dire, senza possibilità di smentita, che il calcio italiano è rimasto indietro. Non ha idee. Nemmeno nella melma in cui si trova. Si rifugia nella comfort zone per manifesta incompetenza.
Anche il nome per il post Gravina (Malagò) nonostante sia un gran professionista, sottolinea che in 20 anni non si è costruita una figura nuova, dalla vision europea, che possa prendere per mano il sistema e toglierlo dal burrone. Zero. Proprio come i partiti politici. Se le cose vanno male, si torna indietro. Mai avanti. Una situazione di stallo perenne.
Crisi strutturale del calcio italiano
Le soluzioni al problema che si sentono nei vari salotti tv sono le stesse di 15 anni fa. Uguali. “Gli italiani devono giocare”, “largo ai giovani”, “ogni club deve avere almeno 4,5,6,7 italiani”, “le scuole calcio devono allenare il talento e non la tattica” e mille altre in una corsa pazza a chi dice la soluzione nuova.
Se facendo zapping si incappa in una trasmissione calcistica, sembra una registrazione di un decennio fa. La verità è un’altra. Gli italiani pensano di essere migliori degli altri senza avere il minimo standing per credere ciò. Campanilisti, provinciali, arcaici, obsoleti, spaventati dal futuro e dai cambiamenti.
L’italia è quel paese che ha tacciato Rafa Benitez di inadeguatezza e Cesc Fabregas come il santone che nulla ci può insegnare. Imbarazzanti. Perché se provi a parlare dello spagnolo allenatore del Como (che gioca per distacco il miglior calcio della serie A e lo fa senza italiani) ti rispondono che tanto non ha vinto nulla.
Così come Vincenzo Italiano, che prova ogni anno a dare un gioco alle sue squadre ma viene tacciato di “terrorismo” perché arriva ottavo o nono in classifica generale. Come se il Bologna potesse fare di più. A nulla è valsa una coppa Italia dopo 55 anni e una valorizzazione costante che ha arricchito i club dove ha allenato (ci è cascato pure il Napoli con Sam Beukema per 32 milioni di euro e stava per dilapidare altri 45 per Ndoye andato in Inghilterra dove sta facendo un campionato che Okafor sembra Vinicius).
Mentalità e mancanza di visione
È la mentalità. Non la si cambia. Vincere è l’unica cosa che conta. Si ha la possibilità di rifondare seriamente. Servono sguardi nuovi, magari diversi. Magari stranieri. Gente che ha girato il mondo. Che sa cosa significa seriamente la managerialità. Uno che antepone il “noi” all'”io”. Non esiste motto più tossico per lo sport di quello di bonipertiana memoria. Dai 5 ai 40 anni. Prima lo si capisce, prima se ne esce.
Tutto ciò lo diciamo da tempo ma abbiamo dovuto sorbirci gli attacchi dopo la vittoria europea targata Mancini. Come volevasi dimostrare, è stata una infelice (si, infelice) eccezione. Perchè si son messi chilometri di polvere sotto al tappeto.
Togliamoci la campana dalla testa. E prendiamo atto di un dato di fatto oggettivo. Gli spagnoli, gli inglesi, i tedeschi e non solo capiscono di calcio più degli italiani. È tutto qui. Non c’è altro. In questo “concetto” ci sta tutto un mondo. E in Italia nessuno, ad oggi, è in grado di vederlo.
Con la speranza che non ci si rifugi in Beppe Marotta. Sarebbe la pietra tombale non come “lavoro”. Come dignità.






