Basta populismo. Basta piagnistei. Basta dietrologie buone solo a giustificare le proprie fragilità mentali.
La verità è molto più semplice, e proprio per questo fa più male: la classe arbitrale italiana è la più scarsa di sempre. Scarsa tecnicamente, scarsa nella gestione, scarsa nella personalità. Ed è un problema per tutti. Non per una squadra sola, non per una città, non per una tifoseria. È un danno sistemico che abbassa il livello del campionato, lo rende isterico, confuso, ingestibile.
Prestazioni da incapaci. Errori reiterati. Criteri che cambiano da partita a partita, da tempo a tempo, da fischio a fischio. Questo è il quadro. Punto.
E non lo dice un tifoso, non lo dice un opinionista da tastiera. Lo dice chi quel sistema lo ha vissuto dall’interno.
Un ex arbitro AIA e VAR ha dichiarato apertamente di essersi dimesso perché non ne poteva più di mancanza di tutele e di favoritismi interni, affermando di avere le prove di ciò che sostiene. Ha parlato di voti e verbali falsificati, di una struttura che protegge se stessa invece di fare pulizia, arrivando a chiedersi pubblicamente quando verrà finalmente fermato chi da anni è al vertice, nonostante una lunga scia di disastri. Ha persino sottolineato come una valutazione altissima assegnata a una direzione arbitrale discussa non lo abbia sorpreso affatto.
Questo non è complottismo.
Questo è il sistema che scricchiola.
Ma proprio per questo basta anche con i retropensieri. Basta con il palazzo, basta con il “ci vogliono affossare”, basta con la narrazione tossica che serve solo a coprire la paura di guardare le cose in faccia.
C’è un fatto che distrugge completamente questa tesi. Un fatto enorme, incontestabile.
Lo scorso anno abbiamo vinto uno scudetto anche perché all’Inter hanno fischiato contro un rigore al 90’. Novantesimo. Partita chiave. Episodio enorme.
Se davvero il sistema fosse strutturalmente avverso al Napoli, se davvero esistesse un disegno coordinato contro questa squadra, lì ti avrebbero castigato nel senso opposto.
Non oggi.
Non alla 18ª giornata.
Lì. Nel momento decisivo. In quello che pesa davvero.
E invece no.
Questo significa una cosa sola, scomoda ma reale: non c’è un complotto.
C’è incompetenza.
Che è persino peggio, perché è più difficile da combattere e più facile da strumentalizzare.
Il problema non sono le congiure. Il problema è che molti tifosi sono perdenti nella testa.
Gente che vive il calcio come alibi. Che usa l’arbitro come stampella emotiva. Che ha bisogno del nemico invisibile per non affrontare la realtà: il calcio è fatto di errori, di momenti, di limiti, di responsabilità. Anche nostre.
Continuare a piangere non ci rende più forti.
Continuare a gridare al furto non ci rende più lucidi.
Continuare a raccontarcela non ci rende più giusti.
Ci rende solo più piccoli.


