I giovani, gli stranieri, i vivai, i dribblatori: la discussione sulla crisi del calcio in Italia si è arenata a causa delle solite litanie che perdono di vista le cause strutturali del fenomeno. E sul tema ci torneremo nei prossimi giorni, ma in questa sede ci interessa aggiungere una chiosa al dibattito scatenato dalla mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali.
Una chiosa su una questione che magari è accessoria, ma che comunque non è del tutto trascurabile. Ed è il fatto che l’apporto che oggi dà il Napoli all’Italia è praticamente nullo. Insomma: la disfatta della FIGC nel suo complesso ha una parte di responsabilità anche nel club azzurro. E questo a prescindere dalle intenzioni del Napoli, che nel suo modello di business non ha mai contemplato la Nazionale.
Le innovazioni del Napoli di ADL
Aurelio De Laurentiis è, insieme alla famiglia Percassi, l’ultimo imprenditore ad aver avuto una funzione innovativa nel nostro sistema calcio (è ancora presto per valutare sotto questa luce Suwarso). Nonostante la storica difficoltà del patron azzurro nel creare solidi legami politici in Lega e Federazione, alla fine alcune delle sue battaglie più importanti sono andate a segno e hanno segnato il volto di ciò che è diventato oggi questo sport. Si pensi, per fare due esempi su tutti, alla panchina lunga e alle cinque sostituzioni.
È accaduto perché ADL aveva capito in che direzione sarebbe andato il calcio e, di conseguenza, aveva compreso tutta la necessità di alcune riforme sostanziali in fatto proprio di calcio giocato (per la verità ha sempre avuto ragione da vendere anche sui processi di governance e sui diritti TV: ma, si sa, su questi aspetti non è mai riuscito a incidere veramente).
In questo senso, ADL ha avuto una funzione positiva per tutto il movimento italiano. Così come l’ha avuta sul modello di business e sulle scelte riguardo gli uomini da mettere al vertice delle aree più importanti della società. La Juventus su tutte, ma poi anche Inter, Milan e Atalanta hanno provato a copiare singoli aspetti della gestione del club azzurro.
Oggi, però, il Napoli sembra essersi confinato volontariamente nelle mura anguste del cortile di casa. Il mercato viene fatto pagando a peso d’oro le piccine eccellenze nostrane ed è stato accantonato qualsiasi proposito di essere avanguardia tattica (nonostante Conte sia un allenatore che dire preparato è poco, per carità: ma resta pur sempre una scelta da usato sicuro).
Un patrimonio tattico donato alla Nazionale
Non a caso, alla Nazionale di Gattuso i partenopei hanno dato un Meret che ormai siede stabilmente in panchina, un Buongiorno altalenante nel rendimento e un Politano ormai stanco e insterilitosi offensivamente. E poi Spinazzola, che non è più – non può essere – lo stesso calciatore di qualche anno fa.
Mentre all’ultima Italia degna di nota, il fortunato gruppo di Mancini che ha vinto l’Europeo, il Napoli consegnò tre veri e propri pilastri: Di Lorenzo e, soprattutto, e Insigne, parte del cervello collettivo di quella squadra (Jorginho, calciatore peraltro plasmato da Sarri, e il resto della catena di sinistra, costituita anche da Spinazzola e Verratti). E poi, naturalmente, c’era Meret.
Ma, in particolare, a quell’Italia il Napoli consegnò una cosa che, se possibile, è ancora più importante: un’innovazione tattica che ha scosso l’intero campionato. Parliamo del calcio posizionale di Sarri, la vera architrave dei successi di Mancini da CT. Calcio di cui, non a caso, la Juve ha poi provato ad appropriarsi. E nel frattempo l’affermazione di Sarri in A aveva dato il là al lancio di De Zerbi nel massimo campionato.
Dunque, l’unica strada che aveva l’ex tecnico di Inter e City per rivitalizzare un gruppo sì talentuoso, ma che sembrava arrivato al capolinea era costruire un’identità posizionale. Una mossa molto intelligente, azzecatissima. Ma che Mancini ha potuto compiere grazie al Napoli.
Pressing alto e maniacale, squadra corta e con la linea di difesa a centrocampo, controllo della partita tramite il possesso della palla, palleggio verticale tra le linee di difesa avversaria, meccanismo del terzo uomo, manovra avvolgente… Il Napoli di Sarri è stato uno tsunami che ha investito tutto il calcio italiano e che ha spinto tutte le divisioni, dai dilettanti alla Serie A, a riagganciarsi alle tendenze tattiche che anni prima si erano affermate nel resto d’Europa.
Sarri, così come De Zerbi e poi tanti altri, ha lavorato talmente bene da aver agevolato tantissimo il lavoro di Mancini. Quell’Italia, infatti, era una macchina ben più efficiente di Spagna e Germania. Naturalmente, ribadiamo qui che né De Laurentiis né l’attuale tecnico della Lazio avessero aspirazioni in questo nel ricoprìre un ruolo di ampio respiro per l’intero movimento calcistico italiano.
Ma i processi di innovazione, soprattutto se profondi, hanno sempre conseguenze ampie e impreviste. Basti pensare anche al fatto che, poi, in risposta alla diffusione del gioco di posizione in Italia si è poi affermato il sistema delle marcature uomo su uomo a tutto campo di Gasperini e dei suoi epigoni. E invece oggi, a parte i successi di una strabiliante area marketing, il Napoli non innova più. O, almeno, non lo fa nel suo core business. Cioè il calcio giocato. E su chi può contare, allora, la Nazionale? Attualmente solo sull’Inter di Chivu. Capite bene che è troppo poco.






