Quattro gare, un solo successo e tre sconfitte: l’ultima, in ordine di tempo, arrivata mercoledì in Champions League contro l’Arsenal (0-1), in una serata che ha fotografato con crudezza tutti i dubbi maturati nelle prime uscite di campionato. I numeri, da soli, non spiegano tutto: raccontano però l’inizio di una stagione che sembra già portare in grembo lo stesso peccato originale di quella 2023/24.
La comfort zone chiamata Allegri
Dopo due anni di calcio targato Antonio Conte, De Laurentiis aveva davanti a sé un bivio: tornare all’identità di gioco che aveva riportato lo scudetto a Napoli dopo trentatré anni, oppure persistere in un’idea di calcio pragmatica, risultatista, rassicurante. Ha scelto la seconda strada, quando negli ultimi giorni di trattativa il nome di Allegri aveva scavalcato quello di Italiano, considerato fino a poco prima la pista più avanzata. Una scelta in continuità, non in discontinuità: la comfort zone del tecnico esperto, capace di portare punti anche senza un progetto di gioco riconoscibile. O almeno, sulla carta.
Dietro questa scelta c’è stato probabilmente un timore preciso: quello di affidare una panchina prestigiosa a un allenatore ritenuto non ancora pronto, con il ricordo, mai del tutto rimosso, di un decimo posto di qualche stagione fa. Un trauma che sembra aver pesato più delle qualità mostrate da Vincenzo Italiano nelle ultime esperienze. Eppure, quattro gare dopo, Allegri non ha dato finora alcuna certezza, quindi domandarsi come sarebbe potuto essere questo Napoli dopo lo sliding doors estivo è assolutamente lecito.
Se in campionato le sconfitte con Como e Inter potevano essere lette come episodi, la serata contro l’Arsenal ha tolto ogni dubbio residuo. Il Napoli ha chiuso la gara con appena 6 tiri totali contro i 25 degli inglesi, 3 conclusioni nello specchio contro 9, e un possesso palla fermo al 42%: numeri da squadra che subisce la partita più che giocarla, prima di capitolare a un quarto d’ora dalla fine. Non una sconfitta immeritata, ma la certificazione che senza un’idea di gioco riconoscibile anche il piano B, quello di soffrire e concedere il meno possibile, può reggere solo fino a un certo punto.
Il discorso allenatore non è isolato, ma si intreccia con le scelte, o le non scelte, di calciomercato. Anche sul fronte rosa la strategia adottata sembra più orientata alla prudenza dei conti che al rilancio tecnico, in un contesto in cui il costo della rosa e il rischio legato alla squad cost rule Uefa hanno condizionato ogni movimento. Il risultato è una squadra che assomiglia per ombre, più che per luci, a quella della stagione passata: stessa cautela, stessi dubbi, stessa sensazione di incompiutezza ma con una garanzia di punti in campionato chiamata Antonio Conte in meno.
L’identità perduta dai tempi di Spalletti
Il punto, però, non è soltanto chi siede in panchina, ma cosa quella panchina riesce a costruire. Dall’addio di Spalletti il Napoli non ha più avuto un’identità di gioco chiaramente riconoscibile: due anni di pragmatismo con Conte, e ora un avvio balbettante con Allegri. Italiano, con ogni probabilità, non avrebbe eliminato le incertezze di una squadra in transizione, ma avrebbe portato con sé quello che finora è mancato: un’idea di calcio precisa, la capacità di rivalutare calciatori attualmente ai margini, un progetto riconoscibile partita dopo partita.
Il calendario, da qui alla sosta di novembre, offre ad Allegri il margine per invertire la rotta: Bologna, Fiorentina, Frosinone, Venezia e Roma sono le prossime cinque gare di campionato, e con almeno tre di queste sulla carta alla portata, il tecnico non può permettersi passi falsi. Tra Bologna e Fiorentina, in particolare, servono tassativamente almeno quattro punti: un dato sotto quella soglia certificherebbe che il problema non è solo di calendario o di episodi, ma strutturale. Il credito, dopo Como, Inter e Arsenal, si è già quasi esaurito. E i rimpianti per la scelta fatta a inizio luglio cominciano a crescere.





